COME CI CHIAMIAMO
Come va correttamente indirizzata una busta a uno di noi? È un problema che ci è capitato di porci più volte.
Cercherò di spiegarlo il più semplicemente possibile: oltre al nome e al cognome andrebbero aggiunti predicati, appellativi e trattamenti.
Fondamentale è capire, innanzitutto, che il nostro cognome è STAGNO, mentre d’ALCONTRES (mi raccomando, con la ‘d’ minuscola) è un predicato che è stato “cognomizzato”.
Come recita il secondo comma dell’art. XIV delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione della Repubblica Italiana – per il quale: “i predicati di quelli (dei titoli nobiliari) esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome” — ha conferito, quale norma precettiva di immediata applicazione, un vero e proprio diritto soggettivo alla “cognomizzazione” del predicato in favore di coloro ai quali spettava, anteriormente al 28 ottobre 1922, il titolo nobiliare connessovi.
E sembrerebbe sia finita lì, invece…
al cognome e alla famiglia sono collegati dei privilegi come la “Grandeza d’Espagna” di prima classe, la Paria di Sicilia, il Patriziato di Messina e il ‘trattamento’ di Donno (ora Don) e Donna.
E quindi?
Dobbiamo seguire uno di due protocolli: quello del Regno d’Italia, voluto dai Savoia e di origine franco-lombardo-veneta, oppure quello del Regno delle Due Sicilie, voluto dai Borbone e di origine spagnola. In comune hanno il solo trattamento di Don. Quindi il nome di ognuno di noi dovrebbe essere preceduto da Don o Donna.
Don da dominus latino, in uso dal duecento e abbreviazione di donno -forma utilizzata anche da Dante, significa ‘signore’ ad indicare patrizi, alta nobiltà e, in seguito, utilizzato per i presbiteri diocesani della Chiesa Cattolica, sia del clero secolare che diaconi temporanei. Esempi famosi: Don Chisciotte e Don Camillo. In Francia e Portogallo si usa la forma Dom: esempio Dom Pérignon…
Come Grandi di Spagna abbiamo, altresì, il trattamento di Eccellentissimo per i maschi primogeniti (Excelentísimos Señores) e di Illustrissimo per gli altri (Ilustrísimos Señores). Questa consuetudine, definita da Carlo V d’Asburgo, da noi meglio conosciuto come Carlo I di Spagna (nel cui regno non tramontava mai il sole!) venne cambiata per i Pari di Sicilia, formati dalle famiglie più importanti dell’isola (compresa la nostra), con il trattamento di Eccellenza per tutti.
I privilegi apparenti di questo trattamento erano: stare seduti e tenere il cappello in presenza del Re (di Spagna), rivolgersi a Lui chiamandolo cugino e poter entrare in Chiesa a cavallo (questo non lo capisco).
Il trattamento di Eccellenza rimase anche sotto i Savoia con varie sfumature, ma la Repubblica Italiana con il Decreto Legislativo Luogotenenziale del 28 giugno 1945, n. 406 ne stabilì l’abolizione con questa frase:
«il titolo di Eccellenza, attribuito con RD 16.XII.1927, n. 2210 e successive modificazioni e integrazioni, è abolito.»
Tale decreto, però, non sempre fu seguito dando adito a comportamenti diversi per cui la Presidenza del Consiglio diramò la Circ. 23.V.1950 n. 39568 con la quale sottolineava che il titolo era stato abolito con il D.L.Lgt. del 1945 e che tale trattamento non veniva menzionato negli atti ufficiali dello Stato. Ovviamente non si ottenne alcuna chiarificazione: oggi non sbaglia giuridicamente né chi conferisce o accetta tale trattamento né chi, uniformandosi alla circolare del 1950, ignora sotto qualsiasi forma tale appellativo. In aggiunta, nel 1996 uno scritto del ministro dell’Interno Giorgio Napolitano impartì disposizioni precise: l’uso di S.E. non poteva essere rivolto a giudici e prefetti.
Correttamente, nell’ambito protocollare della Repubblica Italiana, possono essere appellati “eccellenza” gli ambasciatori, purché titolari di ambasciate, i vescovi e arcivescovi (dopo il 1969 – prima erano Excellentia Reverendissima), e i sommi gradi dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e del Sovrano Militare Ordine di Malta.
In parole povere e per estremo riassunto, se facciamo precedere il Don da S.E. su una busta, non andiamo contro la legge italiana, né contro quella di Casa Savoia, e seguiamo quella Borbonica.
Ma Eccellenza oltre a essere un trattamento è un appellativo. Ci possono dire “Eccellenza, vuole un altro caffè?” senza timore di sbagliare. In siciliano sarebbe “voscenza”, e scusatemi la pronunzia…
A questo punto aggiungo anche due parole su un altro appellativo: Principe. Per le famiglie Pari di Sicilia – come i Grandi di Spagna, tutti i maschi e femmine della famiglia, potevano essere appellati oltre che con Eccellenza, anche col titolo più importante. Al possessore del titolo veniva aggiunto il determinativo “il”: il Principe.
Questa cosa è contraria, però, al protocollo Savoia, dove questo appellativo era riservato al solo primogenito o, meglio, al possessore del titolo, relegando gli altri appartenenti della famiglia al semplice appellativo di Signore. L’unica eccezione era per le famiglie patrizie venete, ossia la classe nobiliare al governo della città e dello stato di Venezia che potevano fregiarsi di N.H., dal latino Nobilis Homo o veneziano Nobilhomo, oppure N.D., Nobilis Donna. Per dovere di cronaca, aggiungo che gli Stagno sono da molti secoli Patrizi di Messina.
Sempre secondo il protocollo Savoia e quello Borbone, al cognome di un non primogenito si poteva far seguire l’appartenenza al titolo con la preposizione “dei” che poteva precedere il titolo oppure il solo predicato: dei Principi di Alcontres oppure de’ Alcontres.
Adesso arrivo alle due definizioni finali, dove mi uso come esempio:
Secondo protocollo Savoia: Don Berengario Stagno dei Principi d’Alcontres
Secondo protocollo Borbone: S.E. Principe Don Berengario Stagno dei Principi d’Alcontres
per Alberto figlio di Carlo, invece:
Secondo protocollo Savoia: Il Principe Don Alberto Stagno Principe d’Alcontres
Secondo protocollo Borbone: S.E. il Principe Don Alberto Stagno Principe d’Alcontres
Nel prossimo articolo vi parlerò invece dei nostri titoli…



